di Claudio Pasqua
Roma torna a parlare di futuro con il linguaggio più concreto che esista: quello delle regole. Il convegno "Bioarchitettura nelle leggi Architettura come politica nazionale" del 21 gennaio 2026 alla Casa dell’Architettura ha messo in primo piano un nodo spesso evitato, perché complesso e decisivo: portare la bioarchitettura dentro le leggi, trasformandola da orientamento culturale a politica nazionale capace di produrre qualità reale, misurabile, verificabile.Il tema scelto non era “di moda”, ma strutturale. Qui la sostenibilità smette di essere slogan e diventa domanda pubblica: quali criteri definiscono un progetto di qualità? Come si controlla? Chi risponde, lungo la filiera, se gli obiettivi restano sulla carta? È in questo passaggio — dalla retorica al meccanismo — che l’incontro ha provato a collocarsi, con un taglio più operativo che celebrativo.
Al centro della giornata, l’Istituto Nazionale di Bioarchitettura (INBAR) ha indicato una direzione netta: la bioarchitettura non come specialismo per addetti ai lavori, ma come grammatica contemporanea del costruire bene. In un contesto in cui la sostenibilità rischia di diventare etichetta o “sensibilità personale”, la posizione è stata chiara: ha valore pubblico solo ciò che è replicabile, misurabile e verificabile, quindi capace di entrare nei processi senza ridursi a burocrazia sterile o a comunicazione di facciata.
La collaborazione con l’Ordine degli Architetti di Roma e provincia ha reso questo messaggio ancora più concreto. Mettere allo stesso tavolo istituzioni professionali e un ente come l’INBAR significa trattare la qualità edilizia come questione di interesse generale, non come tema di categoria. Perché l’architettura, quando funziona, incide sulla vita quotidiana: salute e comfort, sicurezza, consumi energetici, gestione delle risorse, costi di manutenzione, qualità dello spazio pubblico.
Il punto più convincente è stato l’approccio: parlare di leggi senza idealizzarle. Una norma, qui, viene letta per ciò che è davvero: un patto che decide cosa una comunità rende operativo. Non basta fissare un orizzonte — concorsi, rigenerazione urbana, efficienza energetica, materiali e processi più puliti — se poi mancano gli strumenti che permettono di applicarlo. Senza criteri chiari, procedure coerenti, capacità amministrativa e controlli, anche la migliore proposta rischia di restare una copertina: ben scritta, promettente, innocua.
Da questo punto di vista, la discussione ha incrociato con naturalezza un tema già centrale nella pratica: i Criteri Ambientali Minimi. Non un dettaglio tecnico, ma uno snodo politico, perché i CAM trasformano principi in requisiti nella domanda pubblica. E proprio mentre si parlava di “politica nazionale”, incombeva un passaggio imminente: l’efficacia del nuovo CAM edilizia 2025 dal 2 febbraio 2026, che rafforza il ruolo della progettazione nella qualità ambientale delle opere.
Il messaggio è semplice e, per questo, difficile da aggirare: la sostenibilità efficace si decide all’inizio, quando si impostano scelte, prestazioni e verifiche. È in fase di progetto che si definiscono impatti e risultati nel tempo, non nelle dichiarazioni a valle. Da qui il ritorno, netto, della centralità del progettista: non per rivendicazione identitaria, ma perché è lì che si gioca la partita dell’impronta ambientale e prestazionale.
In sintesi, l’iniziativa promossa dall’INBAR insieme all’Ordine romano ha avuto un valore preciso: mettere a fuoco. Ha riportato la bioarchitettura nel suo terreno più serio, quello in cui la sostenibilità smette di essere capitolo accessorio e diventa disciplina della coerenza: tra obiettivi e strumenti, tra parole e verifiche, tra qualità dichiarata e qualità dimostrabile.
Il passo successivo, emerso con chiarezza, non è moltiplicare aggettivi, ma raffinare dispositivi: testi normativi coerenti, responsabilità lungo la filiera, amministrazioni in grado di chiedere qualità senza bloccare i processi, formazione che trasformi la sostenibilità in competenza operativa. Se la politica nazionale dell’architettura vuole davvero meritare il proprio nome, è qui che deve misurarsi: fare della qualità una pratica pubblica. E Roma, in questo, torna utile non per nostalgia delle forme, ma per la disciplina con cui le idee — quando reggono — diventano città.


