Nella Basilica di San Lorenzo in Lucina è esplosa una polemica dopo un restauro eseguito nel 2025: il volto di un cherubino sopra il busto di Umberto II di Savoia appare, secondo molti osservatori, somigliante alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni (e per alcuni anche a Giuseppe Conte).
Lo “scandalo” è basato sul nulla per tre motivi oggettivi, non ideologici.
1) Non c’è un fatto anomalo
C’è una somiglianza soggettiva tra un volto dipinto e alcuni personaggi contemporanei (Giorgia Meloni, secondo alcuni anche Giuseppe Conte).
Una somiglianza non è un atto, non è una dichiarazione, non è un messaggio politico. È una percezione, discutibile per definizione. Senza un fatto concreto, non esiste scandalo, solo interpretazione.
2) Non c’è un responsabile pubblico
Il Governo non ha commissionato, non ha autorizzato e non ha diretto l’intervento.
Se c’è qualcosa da discutere, riguarda esclusivamente il rapporto tra chi ha eseguito il restauro e la committenza ecclesiastica che lo ha consentito. Coinvolgere la politica nazionale significa attribuire intenzioni e responsabilità che non risultano da nessun atto.
3) Anche fosse intenzionale, non sarebbe uno scandalo
La presenza di volti contemporanei (espliciti o allusivi) nell’arte sacra è una pratica storica consolidata. Non viola alcun principio artistico, religioso o giuridico.
Al massimo si può discutere di opportunità estetica, non di abuso, propaganda o violazione istituzionale.
Il restauro è attribuito a Bruno Valentinetti, che nega di aver modificato l’immagine e sostiene di aver ripristinato una decorazione già esistente (realizzata nel 2000) danneggiata dall’acqua.
Sul fronte istituzionale, il Ministero della Cultura ha disposto un sopralluogo tramite la Soprintendenza Speciale Archeologia Belle Arti e Paesaggio di Roma per verificare l’intervento e valutare eventuali azioni. Parallelamente, anche il Vicariato di Roma ha avviato accertamenti interni.
Responsabilità: l’esecuzione materiale e la resa finale ricadono sull’autore dell’intervento; l’eventuale “via libera” e il controllo dei lavori competono alla committenza ecclesiastica; allo Stato spetta la verifica di tutela e regolarità (anche perché la chiesa risulta tra i beni del Fondo Edifici di Culto).